
Quando si guardano i dibattiti sportivi televisivi degli anni 2010, un volto ricorre sistematicamente: quello di Gilles Favard, microfono in mano, voce alta, pronto a lanciare un’informazione che nessun altro in studio osa formulare. Il suo percorso non inizia davanti a una telecamera, ma dietro le quinte del calcio professionistico francese, molto prima che i talk show sportivi diventassero un formato quotidiano.
Dal commercio sportivo alle quinte del calcio professionistico
Prima di diventare cronista, Gilles Favard ha costruito la sua legittimità nel campo economico dello sport. Fin dai suoi inizi, lavora nel commercio di articoli sportivi. Ottiene negli anni ’70 i diritti tessili dell’AS Saint-Etienne e quelli legati alla Coppa del Mondo 1978, un’esclusiva francese all’epoca.
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Questa attività commerciale lo porta a frequentare dirigenti di club e agenti. Si avvicina alla più grande agenzia di marketing sportivo del decennio successivo, il che gli apre le porte del calcio professionistico. Ex giocatore di livello CFA-DH, conosce anche il campo di gioco, non solo gli uffici.
È in questo contesto che diventa consigliere del presidente Claude Bez ai Girondins de Bordeaux negli anni ’80. Un ruolo d’influenza, lontano dai riflettori, che gli dà accesso ai meccanismi interni del calcio francese: diritti, trasferimenti, negoziazioni. Si può ripercorrere il percorso e la carriera di Gilles Favard constatando che ogni tappa professionale ha alimentato la successiva, dal tessile al consiglio, dal consiglio al microfono.
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Gilles Favard cronista a L’Equipe du soir: otto anni in studio
La notorietà pubblica arriva con L’Equipe du soir, programma quotidiano del canale L’Equipe. Favard collabora per otto anni come consulente. La sua posizione in studio è chiara: rivendica un accesso diretto alle fonti del calcio professionistico e non esita a fornire informazioni grezze in diretta.
Ciò che lo distingue da altri cronisti è la sua capacità di affermare fatti verificabili sui trasferimenti e le quinte dei club. Si basa su una rete costruita nel corso di decenni nel settore. In uno studio dove la maggior parte degli intervenuti commenta l’attualità, Favard pretende di rivelarla.
Uno stile che divide il pubblico e le redazioni
Il tono è diretto, a volte brutale. Lo stesso Favard lo riconosce: si descrive come qualcuno di “divisivo” da sempre. Questa posizione alimenta le audience, ma crea anche tensioni interne.
L’episodio più significativo riguarda i suoi rapporti con il giornalista Yoann Riou. Quest’ultimo afferma pubblicamente di aver subito minacce verbali da parte di Favard durante un programma, dichiarando di aver “sofferto in silenzio” per tre anni. Favard riconoscerà più tardi di aver avuto “parole che non avrebbe mai dovuto avere”, contestando però la versione di Riou su alcuni punti.
Fine del contratto con il canale L’Equipe: cosa è successo concretamente
Nel giugno dell’anno della sua partenza, Favard scompare progressivamente dall’antenna. Il suo contratto, che scadeva il 30 giugno, non viene rinnovato. La decisione proviene dalla direzione del gruppo, in particolare da Laurent Prud’homme (direttore generale) e Jérôme Saporito (direttore del canale).
Favard offre la sua lettura degli eventi:
- Afferma che “dava fastidio” e “faceva paura” a certe persone all’interno del canale, soprattutto perché divulgava informazioni che altri preferivano tacere.
- Si mostra molto critico nei confronti della direzione, che giudica “non all’altezza”, rimproverando una mancanza di visione per il contenuto editoriale del canale.
- Indica che gli è stata fatta la proposta di unirsi a TPMP (il programma di Cyril Hanouna), ma che esita, non volendo diventare un cronista generalista lontano dallo sport.
Il non rinnovo non è un licenziamento, e questa sfumatura conta. Favard non era un dipendente permanente ma un collaboratore sotto contratto, uno status comune tra i consulenti di programmi sportivi. La fine di un contratto di questo tipo non richiede né motivo ufficiale né procedura particolare.
Reconversione digitale e ruolo di intermediario nel calcio
Da quando ha lasciato il canale L’Equipe, Favard non si è ritirato dal panorama mediatico. Interviene regolarmente in podcast e programmi YouTube specializzati nel calcio, formati in cui il tempo di parola non è limitato a pochi minuti tra due interruzioni pubblicitarie. Questi interventi gli permettono di sviluppare analisi più lunghe e più tecniche di quanto il formato televisivo consentisse.
Lo ritroviamo in particolare in programmi incentrati sul mercato e sui club di Ligue 1. Il tono rimane lo stesso, ma il contesto cambia: meno spettacolo, più sostanza.
Una rete che continua a funzionare dietro le quinte
Oltre al microfono, Favard mantiene un ruolo meno visibile. Diversi dossier di stampa dedicati alla governance dei club francesi menzionano che è stato sollecitato come intermediario informale tra dirigenti storici di club e acquirenti stranieri. In un contesto in cui le cessioni di club di Ligue 1 e Ligue 2 si moltiplicano, questo tipo di profilo, qualcuno che conosce gli uomini, le abitudini e i rapporti di forza, rimane ricercato.
I pareri variano su questo punto: alcuni osservatori considerano questo ruolo come quello di un facilitatore utile, altri vi vedono una zona grigia tra consulenza e influenza. Favard, dal canto suo, ha sempre rivendicato la sua conoscenza intima del settore come il suo principale punto di forza professionale.

Gilles Favard e il dibattito sportivo televisivo in Francia
Il percorso di Favard pone una questione concreta sul funzionamento dei programmi di dibattito sportivo. Il modello si basa su personalità forti, capaci di generare audience con il loro linguaggio diretto. Ma la tensione tra libertà di espressione e quadro editoriale finisce sempre per produrre una rottura.
Favard non è né il primo né l’ultimo consulente a lasciare uno studio in queste condizioni. Il suo caso illustra un meccanismo ricorrente: si recluta un profilo per il suo carattere, poi si rimprovera esattamente quel carattere quando diventa ingestibile per la direzione.
Il fatto che abbia trovato una nuova vita su formati digitali indipendenti dimostra anche che il pubblico appassionato di calcio cerca qualcosa di diverso dai dibattiti standardizzati della televisione tradizionale. Il cronista sportivo di domani lavorerà probabilmente più spesso davanti a una webcam che sotto i riflettori di uno studio.